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L’attenzione

Agli esordi della psicologia scientifica l’attenzione è stata oggetto di studio all’interno di esperimenti riguardanti la coscienza ed in particolare l’introspezione. Con il comportamentismo e la Gestalt l’attenzione fu relegata su un piano assolutamente secondario, per essere nuovamente rivalutata negli anni 50 dal Cognitivismo. In questo stesso periodo gli studi neurofisiologici si affiancarono a quelli più propriamente psicologici. Attenzione e livello di attivazione (Moruzzi e Magoun 1949) sono visti come stati correlati, ma che non si identificano. Il concetto di attenzione appare di fatto multiforme perché comprende aspetti diversi e viene usato per spiegare situazioni e fenomeni differenti. In particolare, sia la selezione delle informazioni che la capacità di svolgere contemporaneamente compiti diversi sono state studiate dai ricercatori, che quindi parlano di attenzione selettiva e di attenzione divisa. L’attivazione dunque può essere vista come un dato globale dell’organismo che si svolge lungo un continuum, mentre l’attenzione è considerata come una funzione selettiva che si correla con il livello di attivazione, ma che non coincide con esso. Il grado di attenzione dipende dal livello di attivazione dell’organismo; proprio in quanto processo di selezione di informazioni l’attenzione può essere definita un “processo cognitivo”.

Kahneman (1973) ipotizza che esista un limite di tipo biologico all’elaborazione contemporanea di più informazioni, costituito da limiti di elaborazione del sistema sensoriale; Broadbent (1958) ritiene che il limite della capacità attentiva sia ascrivibile ad una selezione che avviene dopo la registrazione sensoriale, mentre altri propendono per l’ipotesi (Deutsh e Deutsh, 1963; Norman, 1968) che questa avvenga in memoria, e quindi agli ultimi livelli di elaborazione dell’informazione, spostando così l’accento sulle aspettative del soggetto che influenzano la selezione degli stimoli. I limiti del sistema sensoriale e della capacità di elaborazione dell’informazione sono studiati confrontando e differenziando queste ultime con quelle dei bambini (Karmel, 1969) e attraverso l’evolversi di strategie di elaborazione
delle informazioni (Gibson e Rader, 1979).

Inoltre si evidenzia il fatto che ad alcuni eventi viene prestata attenzione a livello cosciente, mentre altri sono recepiti ugualmente, in qualche modo, anche se non viene prestata loro attenzione: esisterebbero quindi delle procedure di registrazione automatiche, che passano le informazioni ad una componente del sistema che stabilisce a quale degli elementi si deve prestare attenzione. L’attenzione viene stimolata da variazioni improvvise dell’intensità degli stimoli o dalla comparsa nell’ambiente di stimoli rivestiti di un particolare significato per il soggetto (come per un bambino ascoltare la voce della propria madre, ad esempio).

Posner (1980) individua due momenti successivi nella registrazione automatica, l’orientamento (cioè volgersi in direzione dello stimolo) e la detenzione (cioè la registrazione cosciente e il rilevamento dello stimolo). Cohen e Gelber (1975) affermano che è opportuno differenziare i meccanismi che presiedono all’orientamento verso lo stimolo (volgere gli occhi etc) da quelli coinvolti durante la fissazione. Nella risposta di orientamento lo stimolo cattura l’attenzione, nella risposta di fissazione opera un meccanismo diverso che trattiene l’attenzione. In entrambi i processi si riscontra un ruolo attivo da parte del soggetto, giacché processi di questo tipo non possono essere considerati come automatici.

Lo studio dell’attenzione si occupa di come percepiamo un aspetto o l’altro. Lo studio dell’attenzione selettiva è stato avviato da Cherry (1953) che cercò di capire come avviene che fra stimoli molteplici provenienti dal mondo esterno, il soggetto ne selezioni alcuni (attended messages) lasciandone decadere altri (unattended messages). La dimostrazione di ciò è data da un fenomeno noto come “cocktail party” in cui si riesce a prestare attenzione ad una sola conversazione nonostante ve ne siano parecchie in corso che potrebbero interferire.

Donald Bradbent (1958) asserì che i soggetti hanno la capacità di prestare attenzione ad una sola voce alla volta, evidenziando la relazione negativa, inversamente proporzionale, fra il grado di comprensione di due voci, nel senso che se aumenta la comprensione di una cala la comprensione dell’altra (uso della tecnica dell’ascolto dicotico). Questa specie di alternanza di attenzione da una voce all’altra potrebbe però essere ricondotta invece che a un suo spostamento, alla divisione simultanea dell’attenzione. Si può cioè prestare attenzione soprattutto ad una voce, ma nello stesso tempo distribuire una piccola porzione dell’attenzione all’altra voce. Questa teoria, nota come teoria del filtro, fu proposta da Treisman (1964) per spiegare il fatto che accadeva che i soggetti erano sensibili all’informazione presentata all’orecchio cui si doveva prestare meno attenzione, soprattutto se la voce cui non dovevano prestare attenzione diceva il loro nome.

Secondo un’altra teoria dell’attenzione (Norman, 1979) la selezione viene operata non mediante il blocco o il filtro dell’informazione sensoriale, come si è già accennato in precedenza, ma elaborando selettivamente l’informazione già attivata in memoria dall’informazione sensoriale che si sta raccogliendo. Si deve notare che anche stimoli familiari e usati di frequente sembrano essere percepiti così automaticamente, che è impossibile ignorarli (Schneider e Schiffrin, 1977). Un esempio di questo automatismo è dato dallo “stroop-effect” (Stroop, 1935) in cui si mostrano a soggetti delle parole stampate in colori diversi e si chiede loro di ignorare le parole e di riferire solo il colore dell’inchiostro. Questo compito era perfettamente eseguito, salvo che nel caso in cui le parole erano nomi di colori, diversi dal colore dell’inchiostro. In questo caso l’impedimento derivava dalla percezione del significato della parola resa quasi automatica dall’esercizio, che normalmente facilita la lettura ma che in questo caso era un elemento di disturbo. Lo stroop-effect può essere considerato un esempio di insuccesso dell’attenzione selettiva.

Altri autori si sono dedicati all’indagine sullo sviluppo dell’attenzione. Mackworth (1976) evidenzia due tipi di attenzione, la prima dovuta all’esperienza dell’ambiente fisico e sociale e regolata dall’attività dei lobi frontali, e la seconda involontari regolata dal flusso degli stimoli esterni indipendentemente dall’esperienza. L’attività dovuta ai lobi frontali è legata al loro sviluppo, che non si completa che verso i sette anni di età. Il pieno sviluppo dell’attenzione selettiva e volontaria sarebbe quindi possibile a partire da questa età. Tuttavia è rilevabile una attenzione involontaria nell’adulto e un’attività di orientamento volontario nei bambini. Quella che matura con lo sviluppo è quindi una sempre maggiore capacità di percezione selettiva delle informazioni utili per una certa prestazione. I fenomeni fisiologici tipici dell’attenzione (dilatazione pupillare, vasocostrizione periferica, vasodilatazione cerebrale, decelerazione dell’attività muscolare, arresto del ritmo alpha all’EEG con sostituzione di ritmo beta irregolare e riflesso psicogalvanico) sono presenti in quella che viene definita “risposta di orientamento” (Sokolof, 1969): si osservano alla rima presentazione dello stimolo, e si riducono alla ripresentazione dello stimolo (risposta di abituazione). Tale risposta è legata alla coincidenza dello stimolo con una sua traccia presente nella memoria a lungo termine.

La risposta di abituazione è più rapida con il crescere dell’età: secondo la teoria di Piaget, ciò può essere legato alla costanza dell’affetto, acquisita dopo una certa età e alla relativa capacità di prevedere gli stimoli acquisita dal bambino.Nei bambini in età scolare non si evidenziano particolari differenze nelle capacità attentive, rispetto agli adulti, mentre differenti sarebbero piuttosto le capacità di formulare strategie diverse per la soluzione di un compito, cioè la capacità di cogliere gli elementi principali di una realtà problematica utili alla soluzione di un compito. Sembrerebbe dunque implicato un diverso livello di sviluppo cognitivo, piuttosto che un aspetto legato all’attenzione.

Al momento non c’è nessuna teoria sull’attenzione unanimemente condivisa; sembra accertato che molti processi diversi siano responsabili della selettività dell’attenzione. Un’altra difficoltà nello studio dell’attenzione deriva dal fatto che il processo attentivo è implicato in numerosi altri processi cognitivi fondamentali (la percezione, la memoria, l’apprendimento) oltre al fatto che lo studio disgiunto dell’attenzione dagli altri processi psichici si è rivelato poco fecondo.

Da appunti su “Psicologo verso la professione”, di Paolo Moderato, Francesco Rovetto.

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