dott. Alessio Petrocchi - Psicologo Firenze
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Alessio Petrocchi Psicologo a Firenze
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questo sito nasce con l'intento di avvicinarsi alle
persone per favorirne il benessere psicologico e
ritrovare quella serenità che in certe fasi della vita sembra difficilmente raggiungibile. Un supporto psicologico può essere utile per una crisi temporanea, problemi relazionali o di ansia, non si tratta necessariamente di psicopatologia da "curare", ma di crescita personale, necessità di orientamento, ricerca di maggiore consapevolezza di sè e del proprio ambiente. Alcuni cambiamenti nella vita possono essere difficoltosi, e una consulenza psicologica può servire da sostegno, "accompagnare" nelle diverse, e non sempre facili, fasi del processo. Tra gli obiettivi che perseguo nel mio lavoro di psicologo, ci sono la promozione della salute psicofisica e la piena valorizzazione della personalità e delle risorse di ogni individuo, che spesso hanno solo bisogno di essere ritrovate o rafforzate, permettendo così di tornare a decidere per la propria esistenza.





Depressione
Il termine è utilizzato per descrivere diverse forme di esperienza umana. Il suo uso è talmente esteso e riferito a così tante forme di sofferenza soggettiva da determinare notevole confusione. La d. può insorgere del tutto spontaneamente, oppure in seguito ad un evento scatenante. È importante tenere presente che non esiste la depressione, ma esistono le depressioni, cioè una varietà di condizioni depressive, che si manifestano in maniera differente, che vengono prodotte da differenti combinazioni di fattori biologici, psicologici e sociali, che richiedono cure differenti. Questa varietà di condizioni può essere rappresentata come un continuum, che porta agli estremi due quadri tipici: da un lato la d. maggiore melancolica e dall'altro la d. minore ansiosa. Distinzioni generali. Nella pratica clinica, incontriamo diversi quadri depressivi che si avvicinano più o meno esattamente all'una o all'altra di queste due condizioni tipiche, ma anche diversi quadri che presentano caratteristiche intermedie o miste (che si dispongono, quindi, idealmente nei vari punti del continuum compresi fra i due estremi). — La d. maggiore melancolica è caratterizzata dai seguenti aspetti: 1) umore depresso; 2) marcata riduzione o scomparsa dell'interesse e del piacere per tutte o quasi tutte le attività; 3) marcato rallentamento psichico e motorio; 4) mancanza di energia e affaticabilità; 5) sentimenti profondi di inadeguatezza, di inutilità, di disperazione; nei casi gravi idee deliranti di colpa o di rovina; 6) mancanza di appetito e perdita di peso; 7) disturbo del sonno; 8) pensieri di morte e a volte propositi o tentativi di suicidio; 9) variazione diurna della sintomatologia. — La d. minore ansiosa è caratterizzata dai seguenti aspetti: 1) umore depresso tale vissuto, inoltre, è diverso quantitativamente ma non qualitativamente, dalla tristezza normale, e può essere sensibile alle influenze ambientali favorevoli; 2) ansia accentuata, in parte somatizzata; 3) pessimismo, sentimenti di incapacità e di inutilità; 4) tendenza ad autocompiangersi e ad incolpare gli altri delle proprie condizioni; 5) irrequietezza motoria; 6) affaticabilità; 7) insonnia; 8) irritabilità e apprensività; 9) disturbi della concentrazione e sensazione di mente vuota.
Disturbi d’ansia
Dal latino angere (stringere), il termine definisce uno stato psicofisico caratterizzato da una sensazione di apprensione, da un senso di oppressione legato ad una sensazione di soffocamento, di incertezza, di paura e di allarme che può presentarsi anche in assenza di un pericolo oggettivo. Nell'a. è presente la preoccupazione per il prefigurarsi di un pericolo imminente, dal quale non c'è possibilità di scampo e che viene considerato inevitabile. Alla sintomatologia emotiva si accompagnano sintomi neurovegetativi, rappresentati da aumento della sudorazione, tachicardia, tensione muscolare, aumento della pressione arteriosa, tremori, disturbo degli apparati digerente. A differenza della paura, che rappresenta una risposta emotiva a una minaccia reale, l'a. risulta priva dell'oggetto scatenante oppure questo non è chiaramente riconosciuto come tale dal soggetto. L'a. è una manifestazione fisiologica, un meccanismo innato che permette di affrontare con un adeguato aumento delle prestazioni di vigilanza, attenzione, attacco o fuga un eventuale pericolo futuro. L'a. svolge, quindi, una funzione di adattamento all'ambiente, migliorando le prestazioni nei confronti di situazioni di emergenza. La condizione patologica viene a instaurarsi nel momento in cui il livello di a. supera un determinato limite, inibendo anziché attivare il soggetto e interferendo con le sue prestazioni sia fisiche sia motorie. Risulta, di conseguenza, sproporzionata agli eventi, in particolare quando non sia possibile individuare una causa scatenante e quando la durata della crisi sia tale da non essere più giustificata in quanto a fronte di un determinato pericolo. La persona ansiosa presenta un comportamento disadattivo per lunghi periodi di tempo e, in certi casi, anche per tutta la vita. Il soggetto è consapevole dell'esagerazione del proprio livello di apprensione, ma non riesce razionalmente a superare le proprie paure. Ne consegue un atteggiamento caratterizzato da condotte di evitamento delle situazioni che indurrebbero la crisi.
Attacchi di panico
L'espressione indica quegli episodi di breve durata e a insorgenza improvvisa, di intensa ansia, apprensione, paura o terrore, spesso associati a sentimenti di morte imminente. Durante questi attacchi compaiono vari sintomi fra cui: palpitazioni o tachicardia, sudorazione intensa, tremore, difficoltà a respirare o sensazione di mancanza d'aria, dolori o fastidi al torace, nausea o disturbi addominali, sensazione di sbandamento o svenimento, sensazione di irrealtà o di essere distaccati da se stessi, paura di perdere il controllo, o di morire. Spesso durante questi episodi la persona ha un desiderio di fuggire urgentemente dal luogo in cui si trova. Chi ha provato un attacco di p. spesso descrive questa esperienza come una delle più brutte della propria vita. Gli attacchi di p. possono essere inaspettati, nel senso che la loro insorgenza non è associata a un determinato fattore scatenante ma si manifesta in modo imprevisto. Nel disturbo di p. una persona ha attacchi di p. inaspettati e ricorrenti, teme di averne ancora e che siano sintomatici di una grave patologia, oppure ha paura di ciò che potrebbe fare se si ripresentassero. Dopo aver avuto uno o più attacchi di p., a volte i soggetti ne associano la comparsa a qualche situazione particolare che cominciano a temere e ad evitare; così si possono sviluppare delle fobie. A volte chi soffre di disturbo di p. incomincia a temere molti luoghi o situazioni in cui potrebbe essere difficile o imbarazzante allontanarsi o cercare aiuto nel caso in cui dovesse comparire un attacco di p.; compare, così, anche l'agorafobia. Gli attacchi di p. non sono sempre inaspettati; possono anche essere collegati a determinate circostanze, nel senso che si manifestano più spesso o sempre quando ci si trova in una certa situazione, oppure quando si prevede di dovercisi trovare. Quando una persona con una fobia sa di dover affrontare l'oggetto della sua fobia può avere un attacco di p. non appena entra in tale situazione oppure anche prima, al solo pensiero di doverlo fare. Per esempio, una persona con la fobia degli aeroplani potrebbe avere un attacco di p. ogni volta che si trova costretta a dover salire su un aeroplano.
Disturbi psicosomatici
Sono caratterizzati dalla presenza di sintomi fisici che suggeriscono l'ipotesi di una malattia medica, ma di cui non sono dimostrabili la patologia organica o il meccanismo fisiopatologico di base. Spesso è difficile distinguere il disturbo somatoforme da malattie organiche mediche: infatti il medico deve escludere il disturbo fisico, ma segni e sintomi si conformano a precise patologie e a volte il disturbo si sovrappone a un problema medico preesistente, rendendo ulteriormente difficile porre una corretta diagnosi. Di solito, il sintomo si manifesta dopo un evento particolarmente stressante per il soggetto, ma, in maniera caratteristica, è presente una relativa mancanza di preoccupazione.Con il termine dismorfofobia si indica la sensazione soggettiva della presenza di difetti dal punto di vista del proprio aspetto fisico, in una persona con aspetto normale. Il paziente si sente osservato dagli altri e a volte le preoccupazioni riguardo il proprio corpo possono essere di gravità tali da assumere i caratteri dell'ossessione. Spesso vi è evitamento di occasioni sociali perché è in queste occasioni che l'ansia riguardo il proprio aspetto fisico diviene più marcata. L'età media di osservazione del disturbo è verso i 30 anni, ma in genere la preoccupazione riguardo il proprio aspetto si sviluppa già nell'adolescenza.
Disturbi alimentari
ANORESSIA Riduzione dell'alimentazione che può giungere fino al rifiuto completo del cibo. Le caratteristiche nucleari del disturbo si riassumono nella presenza di gravi comportamenti autoimposti tesi alla perdita di peso e determinati dalla paura patologica di ingrassare, associati ad alterazioni della sfera endocrina. Il problema centrale dell'a. quindi non è tanto un disturbo alimentare, quanto piuttosto un disturbo complesso che riguarda la visione del proprio corpo e l'utilizzazione perversa che l'anoressica fa del proprio corpo emaciato, esibito con apparente autonomia, ma che invece viene usato come controllo dell'ambiente circostante. Tra i vari tipi di criteri diagnostici, il più recente e completo è quello del DSM-IV-R che si articola nei seguenti punti: 1) rifiuto di mantenere il peso corporeo a livello o al di sopra del peso minimo normale per l'età e l'altezza; 2) intensa paura di ingrassare e diventare obesa, paura patologica assolutamente ingiustificata dalle effettive condizioni ponderali, che non diminuisce con il progressivo diminuire del peso; 3) disturbi dell'immagine corporea con alterazioni della percezione delle dimensioni del proprio corpo che, talora, possono avere caratteristiche deliranti; la paziente afferma di essere normale o grassa anche nella più marcata emaciazione; 4) amenorrea secondaria per almeno 3 mesi consecutivi, oppure presenza di cicli mestruali solo con opportuna terapia. BULIMIA È un disturbo della condotta alimentare caratterizzato dal ripetersi di episodi caratterizzati dall'ingestione di grandi quantità di cibo in un periodo limitato di tempo, spesso accompagnato da alterazioni dell'umore e da condotte finalizzate all'eliminazione del cibo ingerito o alla neutralizzazione del suo effetto sull'incremento ponderale. La b. nervosa è di gran lunga più frequente nel sesso femminile e la percentuale relativa di soggetti maschi è del 10-15%. L'età di esordio più frequente è intorno ai 18 anni, con un intervallo tra i 12 e i 35 anni. Secondo la classificazione del DSM-IV-R il termine bulimia nervosa ha sostituito quello di bulimia a indicare un'intera sindrome di cui la b. fa parte e non più soltanto le caratteristiche sintomatologiche di abbuffata. Solitamente, le crisi avvengono in solitudine e sono precipitate da particolari stati d'animo, come senso di noia, angoscia, ansia, irritabilità, oppure alla vista di cibi particolari considerati proibiti. La quantità di cibo ingerita può essere molto elevata. L'atteggiamento della persona è caratterizzato da una compulsività incontrollabile, con voracità marcata e scarsa attenzione per la qualità del cibo, assunto senza attenzione verso gusto e/o sapore. Sono presenti inoltre forti sentimenti di colpa e di vergogna, con un senso di marcata autosvalutazione, nonché una perdita di controllo sul cibo, ossia la sensazione di non poter smettere di mangiare e di non poter controllarne le modalità. Dopo un certo periodo di persistenza del disturbo, i soggetti riferiscono che gli episodi non sono più caratterizzati da un senso di perdita di controllo, quanto di un'alterazione del controllo, come difficoltà nel resistere all'ingestione o a interromperla una volta iniziata. Altro criterio importante è la ricorrenza di condotte compensatorie inappropriate volte a prevenire un aumento del peso. La tecnica compensatoria più comune è l'induzione del vomito, presente nell'80-90% dei casi. Tale condotta porta un sollievo al senso di disagio fisico e una riduzione della paura di ingrassare.
Disturbi sessuali
Sono disturbi che interessano particolari fasi del ciclo della risposta sessuale. Bisogna effettuare una distinzione tra d.s. legate a cause di tipo biologico (cioè su base organica) o di tipo intrapsichico (disfunzioni psicosessuali). A volte, il disturbo è dovuto a una concomitanza di questi fattori. Il disturbo da desiderio sessuale viene diviso in due sottoclassi: a) disturbo da desiderio sessuale ipoattivo, caratterizzato da ritardo o assente desiderio di attività sessuale e di fantasie sessuali; b) disturbo da avversione sessuale, in cui vengono evitati i contatti sessuali con il partner. Spesso risultano concomitanti altri fattori, quali prolungati periodi di astinenza, bassa autostima, precedenti esperienze negative, stress cronico, ansia, depressione etc. È, quindi, importante eseguire un'accurata diagnosi differenziale con altre condizioni psichiatriche o con alterati rapporti interpersonali prima di porre questa diagnosi. Il disturbo dell'eccitazione sessuale, come per altre d.s., viene classificato in: a) primario, quando si manifesta fin dall'inizio dell'attività sessuale; b) secondario, dopo un normale periodo di funzionamento sessuale; c) selettivo, se si manifesta come conseguenza di specifiche circostanze. Questa d. viene suddivisa dal DSM-IV-R in disturbo dell'eccitazione sessuale femminile e in disturbo maschile dell'erezione. Nel primo caso, la d. spesso è associata a fattori psicologici (ansia, paura etc.) e ad altri disturbi della sfera sessuale (dispareunia, disturbo sessuale ipoattivo etc.). Nella donna manca o è scarsamente consistente la fase eccitatoria del ciclo della risposta sessuale, con conseguente alterazione della fisiologia lubrificante vaginale. Responsabili del disturbo dell'eccitazione femminile sono anche le alterazioni ormonali, l'assunzione di alcuni farmaci (come antistaminici e anticolinergici, che causano una diminuzione della lubrificazione vaginale). Il disturbo maschile dell'erezione viene anche definito impotenza. È stato osservato un aumento dell'incidenza del fenomeno con l'aumentare dell'età (dall'8% nei giovani al 75% all'età di 80 anni). Spesso la causa è di tipo psicologico, a volte di tipo organico, oppure vi è una concomitanza dei due fattori. Come già ricordato, anche questa d. può essere: primaria, spesso collegata ad alterazioni organiche, oppure dovuta a gravi turbe psicogenetiche; secondaria, sovente associata a uno stato di malattia di tipo sia funzionale sia organico; oppure situazionale, in cui il soggetto non riesce a raggiungere un'adeguata erezione in presenza di uno specifico partner o situazione. I disturbi dell'orgasmo si presentano anch'essi indifferentemente nei due sessi. Sono identificabili due situazioni cliniche: a) inibizione o ritardo della fase orgasmica; b) precoce risoluzione dell'atto sessuale (eiaculazione precoce). L'impossibilità di raggiungere l'orgasmo nella donna viene comunemente definita anorgasmia: è caratterizzata da un'anormale fase di eccitazione alla quale segue un ritardo o un'assenza della fase di picco. Nell'uomo, questo disturbo è definito comunemente eiaculazione ritardata, ma può anche essere presente un'assenza dell'orgasmo. Alla base del disturbo dell'orgasmo maschile e femminile, numerosi sono i fattori psicologici chiamati in causa come, ad esempio, sentimenti di colpa, paura di concepire un figlio, concezione del sesso come peccato, stato di eccessiva tensione durante il rapporto etc. Nell'eiaculazione precoce l'uomo raggiunge, invece, l'orgasmo troppo rapidamente, nei casi estremi anche solo alla vista o al contatto con i genitali del partner (eiaculatio ante portas). È un disturbo tipico del maschio, scarsamente documentato nella femmina. Sovente è collegato all'ansia di prestazione ed è spesso un disturbo situazionale. Il 35-40% circa degli uomini con d.s. lamenta un problema di eiaculazione precoce. Molto più comune nella donna rispetto all'uomo è il disturbo da dolore sessuale. Sono stati identificati due quadri: la dispareunia, che è rappresentata da un dolore genitale ricorrente che si manifesta prima, durante o dopo il rapporto; e il vaginismo, caratterizzato da una contrazione muscolare involontaria del terzo esterno della vagina che interferisce con l'inserimento del pene. Spesso questi due disturbi sono associati e sovente si presentano in donne che hanno subito abusi sessuali. Da ricordare, infine, le d.s. non altrimenti specificate, come la cefalea post-coitale, l'anedonia orgasmica caratterizzata dall'assenza della sensazione fisica dell'orgasmo e, infine, il dolore masturbatorio, quest'ultimo da differenziare dalla masturbazione compulsiva. Le d.s. possono, inoltre, essere dovute a una condizione medica generale come, ad esempio, dopo interventi chirurgici, malattie endocrine, in conseguenza dell'uso di farmaci etc. Inoltre, sono state anche osservate d.s. indotte da sostanze in seguito all'assunzione di composti psicoattivi o dopo una brusca sospensione (ad esempio di alcol, amfetamine, oppioidi, sedativi ipnotici o ansiolitici etc.). Il trattamento delle d.s. prevede vari approcci: una terapia sessuale di coppia, l'ipnositerapia, la terapia comportamentale individuale o di gruppo e la terapia sessuale a orientamento analitico. Il trattamento biologico prevede l'uso di psicofarmaci come ansiolitici o antidepressivi nel caso in cui si evidenzi un concomitante funzionale, oppure l'utilizzo di ormoni, vasodilatatori etc. in corso di terapia sostitutiva. È stato osservato come l'utilizzo di ciproeptadina, di yohimbina o di bupropione può far regredire una d.s. indotta da farmaci di tipo serotoninergico. Vengono distinte quattro fasi psicofisiologiche di risposta sessuale: la prima di desiderio, caratterizzata da fantasie sessuali e dal desiderio di praticare l'attività sessuale; la seconda di eccitazione, che consiste in un soggettivo senso di piacere e a cui corrispondono particolari modificazioni fisiologiche (ad esempio: turgore del pene, lubrificazione vaginale etc.). La terza fase è rappresentata dall'orgasmo, che rappresenta il picco del piacere sessuale, associato al rilascio della tensione sessuale e a contrazioni ritmiche dei muscoli perineali. Durante la quarta fase, quella della risoluzione, si ha un ritorno alla condizione di riposo con decongestione dei genitali.
Disturbi di personalità
Presenza di modificazione dei tratti di personalità (modi di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell'ambiente e di se stessi che si manifestano in contesti sociali e personali importanti), che sono rigidi e non adattativi e causano quindi una significativa compromissione del funzionamento sociale e lavorativo, oppure una sofferenza soggettiva. Tali caratteristiche non sono sporadiche, ma tipiche del funzionamento a lungo termine dell'individuo. Nel corso della storia sono venute a delinearsi posizioni diverse che, di volta in volta, hanno considerato i disturbi di p. variazioni quantitative dalla normalità, patologie, base di tutta la psicopatologia, base di predisposizione alle psicosi. Nel DSM-IV-R i disturbi della p. sono considerati entità distinte dagli altri disturbi psichiatrici e sono collocati su un asse separato rispetto ai disturbi mentali. Vengono raggruppati in tre cluster, in base all'elemento rilevante e comune ai diversi quadri clinici: a) cluster A, strano o eccentrico, comprende i disturbi schizoide, schizotipico e paranoide, in cui il comportamento insolito riflette un particolare assetto cognitivo (pensiero magico, ipersensitività); b) cluster B, melodrammatico, emotivo, imprevedibile o sgargiante, comprende i disturbi di p. istrionico, narcisistico, antisociale e borderline, caratterizzati da atteggiamenti drammatici e teatrali con frequente discontrollo degli impulsi; c) cluster C, ansioso o pauroso, comprende i disturbi di personalità evitante, dipendente, ossessivo-compulsivo, con soggetti ansiosi, timorosi, dal comportamento apparentemente finalizzato a ridurre l'ansia.
Disturbi bipolari
E’ un disturbo a carattere ricorrente. Il DSM-IV distingue nell’ambito di questo gruppo tre disturbi principali: Dist. bip. I; decorso clinico caratterizzato dalla presenza di uno o più episodi maniacali o misti e nella maggior parte dei casi di uno o più episodi depressivi maggiori Dist. bip. II; decorso clinico caratterizzato da uno o più episodi depressivi maggiori accompagnati da almeno un episodio ipomaniacale, Disturbo ciclotimico;caratterizzato da una cronica e fluttuante alterazione dell’umore che si protrae da almeno due anni. DISTURBO BIPOLARE SUBSINDROMICO. Quando le caratteristiche sintomatologiche sono evidenti e persistenti, la diagnosi di d.b. è più chiara. Tuttavia, brevi oscillazioni dell'umore con sintomi misti che vanno e vengono e non presentano una chiara remissione con recidive possono essere più difficili da identificare. L'ipomania si presenta non come un netto aumento del tono dell'umore, ma come l'insieme di attacchi di ansia, insonnia, difficoltà di concentrazione, irritabilità, disforia, agitazione, impulsività o ipersessualità e, dunque, può essere facilmente, ma erroneamente interpretata come un disturbo d'ansia o di personalità. La depressione bipolare con sintomi ipomaniacali disforici — visti come ansia, irrequietezza e agitazione — può essere confusa con una depressione unipolare agitata. Poiché la mania è spesso associata a un disturbo formale del pensiero e ad allucinazioni a contenuto bizzarro, alcune psicosi bipolari possono essere confuse con psicosi schizofreniformi agitate. L’IPERTIMIA è una modalità cronica di innalzamento dell'umore meno chiara dell’ipomania Sebbene non si osservi alcuna compromissione del funzionamento sociale o lavorativo, i soggetti ipertimici sono predisposti per episodi più frequenti di ipomania e depressione. Alcuni ricercatori considerano l'ipertermia uno stile premorboso di personalità del disturbo bipolare. La mania subtimica può simulare tratti di personalità come l'arroganza, l'invadenza, l'irritabilità e l'insensibilità, la logorrea, la promiscuità, l'irrequietezza di ipersensibilità e l'imprevedibilità. La persona, sempre pronta a dare risposte taglienti o adatte per trovare una scusa, può ad esempio mettersi alla guida di nuovi movimenti, per poi perdere l'interesse dopo aver coinvolto tutti gli altri. Sono spesso presenti forme miste di mania e depressione subsindromica, come esemplificato da scherzi selvaggi con aspetti macabri o cinici, ricerca di pericoli con rischio di autodistruzione o umore suicida. Gli individui bipolari che sono cronicamente nervosi, intrattabili, esibizionisti, grandiosi, ipersensibili e instabili, spesso si ritiene abbiano disturbi di personalità come il disturbo borderline o narcisistico di personalità. Cercano, infatti, l'eccitamento attraverso il furto o sono abitualmente aggressivi. Inoltre, possono apparire affetti da un disturbo antisociale di personalità. In realtà, numerosi criteri diagnostici per il disturbo borderline di personalità sono anche tipici dei d.b. dell'umore. In generale, fare una distinzione tra disturbi narcisistici e borderline di personalità e i disturbi bipolari cronici è assai difficile. DISTURBO AFFETTIVO STAGIONALE. Molte persone che vivono in climi in cui vi siano nette differenze stagionali nella lunghezza del giorno hanno modificazioni stagionali dell'umore e dell'energia. Si osservano variazioni stagionali anche nella maggior parte dei disturbi dell'umore. Per esempio è più probabile che la depressione unipolare tenda a recidivare in primavera, mentre la depressione bipolare tenda a recidivare in estate. Le osservazioni relative al fatto che le variazioni stagionali nei disturbi dell'umore nell'emisfero meridionale sono l'inverso di quelle dell'emisfero settentrionale e che l'andamento del disturbo affettivo stagionale (SAD) è inverso nei due emisferi, conferma l'ipotesi che queste modificazioni sono dipendenti dalle variazioni della luce diurna disponibile. Il SAD si manifesta comunemente più nelle donne che negli uomini, nei bambini come negli adulti.
Schizofrenia
Si tratta della più enigmatica e devastante malattia che gli psichiatri si trovano ad affrontare. Esordisce in età giovanile e coloro che ne sono affetti ne patiscono a lungo gli effetti, dal punto di vista sia clinico sia sociale. Al di là dell'impatto sull'individuo e sulle famiglie, la s. rappresenta un imponente carico economico per la società: per la perdita di forza lavoro, le cure, l'assistenza pubblica e altro ancora. In queste stime non sono considerati i costi economici per le famiglie, la sofferenza sociale e psicologica provocate da tale malattia. Nonostante ciò, la s. deve ancora ricevere un sufficiente riconoscimento come problema sanitario e il necessario supporto alla ricerca per studiarne le cause, il trattamento e la prevenzione. 1) Cenni storici. La s. e le sue manifestazioni più macroscopiche sono state identificati in quasi tutte le culture e descritti in ogni epoca. Fin dai tempi più antichi, pazzia e follia sono stati i termini usati per definire un ampio spettro di malattie psicotiche. Benché diversi psichiatri abbiano considerato l'argomento di distinti sottotipi di psicosi, è a Kraepelin che si deve l'inquadramento organico di questo disturbo, soprattutto per quanto riguarda il decorso e la prognosi. Kraepelin osservò che tra i malati psichici alcuni cominciavano a manifestare sintomi come deliri e ritiro emozionale ad un'età relativamente precoce, e che questi soggetti avevano un decorso cronico e progressivamente peggiorativo. Per diverso tempo Kraepelin lavorò in stretta collaborazione con il suo collega Alzheimer, che studiava i pazienti con grave compromissione e deterioramento cognitivo ad esordio più tardivo: quei soggetti verrebbero classificati, oggi, come affetti da demenza. Al contrario, i pazienti studiati da Kraepelin sviluppavano demenza in età precoce: così, per distinguerli da quelli con demenza a esordio tardivo, definì i primi affetti da demenza precoce. Kraepelin distinse, inoltre, la demenza precoce anche da un terzo gruppo di malattie che definì malattia maniaco-depressiva. Quest'ultima differiva dalla demenza precoce poiché poteva manifestarsi in ogni momento della vita di un paziente, aveva un decorso più episodico e una prognosi meno infausta. L'importanza di distinguere tra demenza precoce e malattia maniaco-depressiva ha rapidamente acquisito un vasto consenso grazie alla utilità prognostica della distinzione e resta come una delle più importanti distinzioni nella psichiatria moderna. Fu Bleuler a cambiare l'espressione demenza precoce con il termine schizofrenia. Bleuler, che aveva osservato un gran numero di pazienti per lunghi periodi di tempo, era convinto che i sintomi trasversali fossero caratteristiche utili per la definizione della s., ben più importanti del decorso e dell'esito. Bleuler sottolineò che l'alterazione fondamentale e unificante della s. era la compromissione cognitiva, che concettualizzò come scissione. A suo avviso sintomo essenziale non era il disturbo del pensiero, ma la scissione psichica, l'appiattimento affettivo, l'autismo, la compromissione dell'attenzione e l'indecisione concettuale. Bleuler definì questo gruppo di sintomi fondamentali, mentre considerò accessori sintomi come deliri e allucinazioni, poiché potevano manifestarsi anche in altre malattie, come quella maniaco-depressiva. Con la pubblicazione del suo testo classico La demenza precoce e il gruppo delle schizofrenie (1911), l'espressione demenza precoce fu sostituita definitivamente dal termine schizofrenia. Per molti decenni le idee di Bleuler hanno rappresentato la descrizione di riferimento della s. in Europa e negli Stati Uniti e si sono affermate anche nelle prime edizioni del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder da parte dell'American Psychiatric Association. Intorno alla metà degli anni Cinquanta lo psichiatra tedesco Kurt Schneider (1887-1967) introdusse il concetto di sintomi di primo grado, che ebbe molta influenza anche in ambito anglosassone, contribuendo a ridefinire il concetto di s. tra i disturbi psicotici relativamente gravi: accostandolo, dunque, nuovamente alle idee di Kraepelin, ma senza l'enfasi sulla definizione longitudinale che usava il decorso e la prognosi come guida per la diagnosi. Negli anni Settanta, è stato conferito rilievo a un'altra serie di sintomi trasversali, deliri e allucinazioni specifici. Questi sviluppi hanno condotto alla riconsiderazione della diagnosi della s. e di altri disturbi mentali, culminata nella terza edizione e nella quarta edizione del DSM. 2) Diagnosi. Secondo il DSM-IV-R la s. è caratterizzata dalla presenza di caratteristici sintomi positivi o negativi della durata almeno di un mese (se trattati con successo); di deterioramento delle relazioni sociali, lavorative o interpersonali; di segni continui del disturbo per almeno sei mesi; dell'esclusione del disturbo schizoaffettivo e dell'umore con manifestazioni psicotiche; della non ascrivibilità del disturbo a una condizione medica generale o agli effetti fisiologici diretti di una sostanza; dalla presenza di un disturbo autistico o un altro disturbo pervasivo dello sviluppo; infine, dalla presenza di allucinazioni o deliri da almeno un mese. 3) Manifestazioni cliniche. Le manifestazioni cliniche della s. sono proteiformi e possono variare nel tempo. A causa della loro mutevolezza alcuni autori hanno sostenuto che conoscere la s. significa, di fatto, conoscere la psichiatria. Mentre molti sintomi come le allucinazioni sono ovvi, altri come l'appiattimento e l'incongruità affettiva non sono facili da osservare e possono essere rilevati solo da osservatori attenti. Sono stati sviluppati diversi metodi per descrivere e classificare i vari sintomi della s. Tradizionalmente, la s. è considerata un tipo di psicosi, sebbene la definizione di psicosi non sia ancora chiara. Le prime definizioni puntavano sull'esperienza soggettiva e psicologica, che definivano la psicosi alla stregua di una compromissione del giudizio di realtà. Più recentemente, la psicosi è stata definita in modo obiettivo e operazionale come l'insorgenza di allucinazioni e deliri. Poiché la s. è caratterizzata da un così grande numero di sintomi diversi, i clinici e i ricercatori hanno tentato di semplificare la descrizione del quadro clinico suddividendo i sintomi in sottogruppi. La suddivisione più diffusamente usata classifica i sintomi come positivi e negativi. I sintomi positivi — allucinazioni, deliri, marcato disturbo formale del pensiero (manifestato da incoerenza, deragliamento, tangenzialità o illogicità) e comportamento bizzarro o disorganizzato — riflettono una distorsione o una esagerazione di funzioni normali presenti. Per esempio, le allucinazioni sono una distorsione o un'esagerazione della funzione dei sintomi percettivi: la persona avverte una percezione in assenza di uno stimolo esterno. I sintomi negativi riflettono, invece, un deficit delle funzioni mentali normali. Per esempio, alcuni pazienti presentano alogia (cioè marcata povertà del linguaggio o povertà del contenuto del linguaggio); altri mostrano appiattimento affettivo, anedonia, asocialità, anergia, apatia, compromissione dell'attenzione. Questi sintomi negativi o deficitari non sono solo difficili da trattare e rispondono meno bene ai neurolettici di quelli positivi, ma sono anche più distruttivi perché rendono il paziente inerte e immotivato. 4) La dimensione psicotica. Questa dimensione si riferisce a due sintomi psicotici classici che riflettono la confusione del paziente in relazione alla perdita dei confini tra il sé e il mondo esterno: le allucinazioni e i deliri. Entrambi i sintomi designano una perdita dei confini dell'ego: cioè, il paziente non è in grado di distinguere tra pensieri e percezioni proprie e le evidenze del mondo esterno. Le allucinazioni sono state talvolta considerate il segno patognomonico della s. Benché ora sia ampiamente riconosciuto che possono manifestarsi in una varietà di altri disturbi, le allucinazioni restano sintomi fondamentali della s. In generale, le allucinazioni sono percezioni avvertite in assenza di uno stimolo esterno per l'organo di senso, con qualità simile a una vera percezione. Di solito, sono vissute come originate dal mondo esterno, oppure all'interno del proprio corpo, ma non all'interno della mente come per l'immaginazione. Hanno complessità e modalità sensoriali variabili. I pazienti schizofrenici hanno di solito allucinazioni uditive, visive, tattili, gustative o olfattive oppure una combinazione di questi tipi. Le allucinazioni uditive sono il tipo di più frequente riscontro nella s. e possono essere percepite come rumori, musica o, più tipicamente, voci. Le voci possono essere borbottate, oppure udite chiaramente e distintamente e il paziente può udire parole, frasi o interi periodi. Le allucinazioni possono essere dedotte quando il paziente sembra parlare in risposta alle voci e può sussurrare, borbottare in modo incomprensibile, parlare normalmente o gridare. Le allucinazioni visive possono essere semplici o complesse e comprendono lampi di luce, persone, animali o oggetti. Possono essere più piccole o più grandi rispetto a una vera percezione. Queste allucinazioni possono essere percepite come localizzate all'esterno del campo visivo, dietro la testa, e sono di solito descritte di colore normale. Le allucinazioni tattili possono essere percepite come sensazioni di essere toccati o punti, sensazioni elettriche o persino la sensazione di insetti che si muovono sotto la pelle. Le allucinazioni tattili possono manifestarsi come sensazioni di organi interni che vengono stirati e distesi, ma possono anche essere percepite come stimolazioni sessuali. I pazienti schizofrenici di qualsiasi gruppo culturale esperiscono allucinazioni, benché queste possano differire in frequenza e tipo, a seconda dell'esperienza e del background del soggetto. I deliri comprendono un disturbo del contenuto del pensiero. Sono convinzioni tanto forti quanto infondate. Per non incorrere in errori interpretativi, lo psichiatra deve emettere il giudizio psicopatologico di falsità invariabilmente all'interno del contesto educativo e dello sfondo culturale del soggetto. I deliri che si manifestano nei pazienti con s. possono avere temi somatici, di grandezza, religiosi, nichilisti o persecutori. Nessuno è specifico della s. e, allo stesso modo delle allucinazioni, i deliri tendono ad essere culturalmente influenzati. Alcuni tipi di allucinazioni uditive e deliri, considerati da Schneider sintomi di primo grado, condividono caratteristiche comuni e tutte rappresentano un'intrusione dello spazio personale da parte di alcune influenze esterne. In ogni caso, costituiscono un esempio estremo di perdita dei confini personali e della difficoltà di distinguere tra le esperienze interne e il mondo esterno. Le allucinazioni di primo grado sono state descritte da Schneider come voci persistenti, chiaramente udibili, che spesso fanno commenti sulle azioni dell'individuo, discutendo tra loro sul paziente, o ripetendo pensieri ad alta voce. I deliri di primo grado sono riferiti alla trasmissione del pensiero, sottrazione del pensiero, inserzione del pensiero, deliri di passività. Benché vengano osservati in tre quarti dei pazienti schizofrenici, questi deliri sono anche presenti almeno nel 10% dei pazienti con disturbi dell'umore psicotici. Sfortunatamente, non è stato dimostrato che siano utili per predire la risposta al trattamento o la prognosi della s. Il linguaggio disorganizzato o disturbo del pensiero è considerato da Bleuler il sintomo più importante della s. Storicamente, le alterazioni del pensiero hanno compreso il rallentamento delle capacità associative, il pensiero illogico, il pensiero di eccessivo riferimento e la perdita della capacità di pensiero astratto. È stata sviluppata una serie di standard di definizioni tra i vari tipi di alterazioni del pensiero che evidenziano gli aspetti oggettivi del linguaggio e della comunicazione quali il deragliamento, la povertà del discorso, la povertà del contenuto del discorso o risposte tangenziali, che si manifestano frequentemente sia nella s. sia nel disturbo dell'umore. Il comportamento disorganizzato è un altro aspetto di questa dimensione. Molti pazienti con una s. presentano vari disturbi motori e modificazioni del comportamento sociale. I comportamenti motori anomali variano dallo stupor catatonico all'eccitazione. Nello stupor catatonico, il paziente può restare immobile, muto, senza manifestare segni di risposte e, tuttavia, può conservare una piena coscienza. Nello stato di eccitazione catatonica, il paziente può manifestare un'attività motoria incontrollata e non finalizzata. Alcuni pazienti presentano la cosiddetta flexibilitas cerea: si lasciano, cioè, sistemare in posizioni scomode che mantengono senza mostrare alcun disagio. Occasionalmente, i pazienti assumono posture bizzarre o scomode e le mantengono per lunghi periodi. Ad esempio, un paziente può restare accovacciato per ore, mentre la posizione causerebbe un ovvio disagio alla maggior parte delle persone. Numerosi disturbi del movimento che si manifestano nella s. devono essere distinti dagli effetti collaterali extrapiramidali indotti dagli antipsicotici e dalla discinesia tardiva. Tra questi vi sono le stereotipie, che sono movimenti ripetuti, ma non finalizzati, come il dondolio; i manierismi, che sono normali attività finalizzate che sembrano avere significato sociale, ma sono strane nell'aspetto o fuori luogo, come il passarsi continuamente la mano tra i capelli o fare smorfie. Sintomi meno comuni sono l'ecoprassia, cioè l'imitazione dei movimenti dei gesti di un'altra persona; l'obbedienza automatica, cioè le esecuzioni di semplici comandi in un modo simile a quello dei robot; il negativismo, che è il rifiuto a collaborare a semplici richieste senza ragione apparente. Molti pazienti schizofrenici presentano comportamenti rituali simili a quelli del disturbo ossessivo-compulsivo, come lavarsi le mani in modo ripetitivo, controllare, sistemare, contare. Altri sviluppano una tendenza compulsiva a bere acqua, che può condurre a un'intossicazione da acqua che necessita di un'accurata attenzione all'equilibrio idroelettrico. Il deterioramento del comportamento sociale spesso si sviluppa con ritiro sociale. I pazienti possono trascurare la propria persona, diventare disordinati o trasandati, indossare abiti sporchi, non curati o inappropriati; possono ignorare ciò che li circonda, per cui l'ambiente diventa disordinato e sporco; possono sviluppare altri strani comportamenti in contrasto con la maggior parte delle convenzioni sociali, come esibire maniere volgari, masturbarsi in pubblico, raccogliere i rifiuti dalla spazzatura o gridare oscenità. L'incongruità affettiva è la terza componente della disorganizzazione. I pazienti possono sorridere inappropriatamente quando parlano di argomenti neutri o tristi e ridacchiare senza una ragione evidente. Questi sintomi non devono essere confusi con il sorridere o il ridacchiare nervosamente che talvolta si osserva nei soggetti ansiosi. L'incongruità affettiva dovrebbe essere considerata un sintomo della s. solo quando insorge nel contesto di altri sintomi caratteristici. Il DSM-IV-R elenca tre sintomi negativi caratteristici della s.: l'alogia, l'appiattimento affettivo e l'avolizione. Altri sintomi negativi comuni sono l'anedonia e la compromissione dell'attenzione. L'alogia è caratterizzata da una diminuzione della quantità di linguaggio spontaneo, oppure da una tendenza a produrre un linguaggio vuoto e impoverito nel contenuto. I pazienti possono avere grande difficoltà a produrre risposte fluenti alle domande. Tendono a dire poco e a replicare in modo concreto. L'appiattimento affettivo è una ridotta intensità dell'espressione della risposta emozionale. Si manifesta con una ridotta modificazione dell'espressione facciale, con una riduzione dei movimenti spontanei, con uno scarso contatto con gli occhi, con la mancanza di inflessioni vocali e con un rallentamento del linguaggio. Anche l'anedonia, o incapacità a provare piacere, è molto comune. Molti pazienti descrivono se stessi come emozionalmente vuoti. Non sono più in grado di provare gioia per attività che precedentemente davano loro piacere, come fare sport o vedere familiari o amici. La consapevolezza di avere perso la capacità di divertirsi può essere una fonte di notevole dolore psicologico. L'avolizione è la perdita della capacità di iniziare comportamenti finalizzati e di portarli a termine. I pazienti sembrano aver perso la volontà. Possono iniziare un progetto e poi abbandonarlo senza una ragione evidente. Possono iniziare un lavoro, andare a lavorare per qualche giorno o settimane e poi non andarci più o vagare senza scopo quando sono al lavoro. Questo sintomo viene talvolta interpretato come pigrizia, ma in realtà rappresenta la perdita o la diminuzione di spinte basali delle capacità di formulare e seguire piani a lungo termine. La compromissione dell'attenzione si riflette nell'incapacità di concentrarsi o focalizzarsi sul compito o una domanda. I pazienti possono lamentare di sentirsi bombardati da stimoli che non riescono a elaborare o a filtrare e questo li fa sentire confusi. I sintomi negativi della s. e i sintomi della depressione sono in parte simili e questo rende difficile la loro distinzione. Alcuni pazienti (fino al 60%) sviluppano significativi sintomi depressivi, che provocano distress importante, comportamento suicida e, in alcuni casi, compromissione della poca energia e motivazioni residue. Gli stessi antipsicotici possono causare ciò che appare come una depressione, ma che in realtà è un'acinesia indotta dai farmaci. Questa depressione può scomparire quando il dosaggio degli antipsicotici viene ridotto, oppure viene aggiunto un anticolinergico. L'International Classification of Desease (ICD 10a edizione) riconosce la presenza di una depressione post-psicotica, pienamente sviluppata e che si manifesta dopo che i sintomi della fase acuta della psicosi sono interamente regrediti. Molti psichiatri hanno considerato la s. come un disturbo neurocognitivo, in cui i vari segni e sintomi riflettono gli effetti di un fondamentale deficit cognitivo. La s. pone particolari problemi allo sviluppo di modelli cognitivi a causa della profondità ed eterogeneità della sintomatologia. I sintomi comprendono quasi tutte le funzioni cognitive: percezione, pensiero deduttivo, fluidità del pensiero e del linguaggio, chiarezza e organizzazione del pensiero del linguaggio, attività motoria, espressione emozionale, capacità di iniziare e di portare a termine comportamenti finalizzati; infine, capacità di cercare e provare gratificazioni emozionali. Tuttavia, non tutti questi sintomi sono presenti in tutti pazienti e nessuno è patognomonico della malattia. Uno studio iniziale sulla diversità dei sintomi potrebbe indicare che sono coinvolte varie regioni cerebrali, a chiazze, analogamente a quanto accade nella neurosifilide. In assenza di lesioni visibili e di una patogenesi nota, tuttavia, i ricercatori si sono rivolti all'esplorazione di modelli che potrebbero spiegare la diversità dei sintomi mediante un singolo meccanismo cognitivo. Numerosi neuroscienziati e psichiatri di spicco hanno sviluppato modelli che possono spiegare i sintomi in base a un deficit cognitivo fondamentale. La convergenza delle conclusioni di questi differenti modelli è impressionante. Avvicinandosi alla s. partendo dalla psicologia cognitiva, Frith ne ha suddiviso i sintomi in tre ampi gruppi o dimensioni: 1) disturbi dell'attività volontaria (che producono sintomi come l'alogia e l'avolizione); 2) disturbi dell'automonitoraggio (che producono sintomi come le allucinazioni uditive e i deliri di controllo esterno); 3) disturbi del monitoraggio delle intenzioni degli altri (che producono sintomi come i disturbi formali del pensiero e i deliri di persecuzione). Frith ritiene che tutti questi siano casi particolari di un meccanismo sotteso più generale: un disturbo della coscienza o dell'autoconsapevolezza che compromette la capacità di pensare con meta-rappresentazioni (concetti astratti di ordine superiore che sono rappresentazioni degli stati mentali). Vi sono altri sintomi comuni nella s., come la mancanza di capacità introspettiva (insight). Un paziente spesso nega di essere ammalato o anormale e insiste sul fatto che le sue allucinazioni e i suoi deliri sono reali. La scarsa capacità introspettiva dei pazienti è uno dei sintomi più difficili da trattare e può persistere anche quando altri sintomi rispondono al trattamento. 5) Tipologie. Il DSM-IV-R riconosce cinque sottotipi di s.: 1) paranoide; 2) disorganizzata; 3) catatonica; 4) indifferenziata; 5) residua. Il principale scopo della sottoclassificazione è di migliorare la validità predittiva, aiutare il medico a scegliere il trattamento migliore, formulare la prognosi e aiutare il ricercatore a delineare sottotipi omogenei. Sfortunatamente, queste premesse restano in gran parte irrealizzate e l'attendibilità e la validità dei differenti sottotipi della s. non sono state completamente stabilite. — Schizofrenia paranoide:è caratterizzata da preoccupazione relativa a uno o più deliri o frequenti allucinazioni uditive. In questo sottotipo non sono stati rilevati la disorganizzazione del linguaggio e nel comportamento, il comportamento catatonico e l'appiattimento affettivo. I pazienti con s. paranoide hanno un'età maggiore all'esordio, un migliore funzionamento premorboso e un esito migliore. È più probabile che si sposino e abbiano un miglior funzionamento sociale e lavorativo rispetto ai pazienti di altri sottotipi. — Schizofrenia disorganizzata: è stata descritta per la prima volta con il termine ebefrenia. Questo sottotipo è caratterizzato da disorganizzazione del linguaggio e del comportamento, appiattimento o inadeguatezza affettiva. Non soddisfa i criteri della s. catatonica. In generale, i deliri e le allucinazioni, se presenti, sono frammentati, diversamente dai deliri ben sistematizzati dei pazienti con una s. paranoide. Questo sottotipo ha un esordio tipicamente precoce, con lo sviluppo insidioso di avolizione, appiattimento affettivo, deterioramento delle abitudini e compromissione cognitiva, nonché deliri non sistematizzati e allucinazioni. Viene riportato che pazienti ebefrenici hanno più frequentemente anamnesi familiari positive per le psicopatologia, più scarso funzionamento nella fase premorbosa e peggiori prognosi a lungo termine con una malattia continuativa rispetto ai pazienti con una s. paranoide. I pazienti ebefrenici spesso appaiono sciocchi e infantili. Talvolta fanno smorfie o ridacchiano inappropriatamente e spesso sembrano assorti in sé. Il fissarsi allo specchio è una caratteristica di frequente riscontro in questi pazienti. — Schizofrenia catatonica: rispetto ad altri sottotipi i pazienti con una s. catatonica tendono ad avere bassa età di esordio, un decorso più cronico e un peggiore funzionamento sociale e lavorativo. Questo sottotipo di s. sembra essere meno comune rispetto al passato, almeno nei Paesi sviluppati. Sintomi catatonici isolati si osservano spesso in altri sottotipi di s., in altri disturbi psichiatrici e in condizioni mediche come una encefalite virale, tumori del lobo frontale, disfunzioni metaboliche, reazioni tossiche. — Schizofrenia indifferenziata: è una categoria residua per i pazienti che soddisfano i criteri della s., ma non quella dei sottotipi paranoide, disorganizzato o catatonico. È il sottotipo maggiormente diagnosticato. — Schizofrenia residuale: viene riferita ai pazienti che non hanno più importanti sintomi psicotici, ma che un tempo soddisfacevano i criteri della s. Questa può essere rivelata dalla presenza di sintomi negativi o di due o più sintomi della s., presenti in forma attenuata. 6) Decorso. Il decorso della s. può seguire varie modalità, sebbene il disturbo sia generalmente considerato una malattia cronica che esordisce nella tarda adolescenza e ha un esito negativo a lungo termine. Il suo esordio può essere insidioso o improvviso, benché spesso coincida con una fase prodromica caratterizzata da ritiro sociale e altre sottili alterazioni del comportamento e della risposta affettiva. Un paziente può apparire isolato, emozionalmente distaccato o addirittura strano ed eccentrico. In questo stadio si può anche avere un esordio subdolo di disturbi del pensiero e di alterazioni dell'attenzione. I prodromi variano per natura, ma durano da mesi ad anni. La fase prodromica è seguita da una fase attiva in cui predominano i sintomi psicotici. A questo punto, il disturbo clinico diventa evidente e di solito è possibile formulare una diagnosi di s. Questa fase, caratterizzata da allucinazioni e deliri floridi, allarma amici e familiari che spesso si rivolgono a un medico. Alla risoluzione della fase attiva segue una fase residua, simile a quella prodromica. I sintomi psicotici possono persistere durante questa fase, ma con minore intensità, e possono non essere così fastidiosi per il paziente. Si possono occasionalmente avere sintomi di fase attiva, con livelli variabili di remissione tra gli episodi. La frequenza e la durata di queste esacerbazioni sono imprevedibili, sebbene le situazioni di stress possano precedere queste ricadute. Le ricadute sono spesso precedute da cambiamenti del pensiero, dei sentimenti o del comportamento del paziente notati dai familiari. I sintomi che precedono una ricaduta includono disforia, isolamento, disturbi del sonno, ansia e idee di riferimento. Attraverso questo processo, i pazienti presentano livelli crescenti di sofferenza sotto forma di sintomi residui o persistenti e decrementi della funzione rispetto alle condizioni premorbose. I sintomi della s. tendono a variare nel tempo. I pazienti possono mostrare una prevalenza di sintomi positivi precocemente nel corso della malattia, ma gradualmente possono sviluppare maggiori sintomi negativi o deficitari. 7) Elementi che influenzano la prognosi. Per ragioni non ancora chiarite, gli studi transculturali hanno dimostrato che pazienti di Paesi meno sviluppati tendono ad avere prognosi migliori rispetto a quelli dei Paesi più avanzati. Questo inatteso risultato, riportato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, ha dimostrato che l'esito era in media considerevolmente migliore nei Paesi in via di sviluppo rispetto ai Paesi industrializzati. Altro fattore che influenza la prognosi è l'identità di genere. Sembra che le donne abbiano un decorso più favorevole rispetto gli uomini per quanto riguarda la risposta al trattamento, il funzionamento sociale e la prognosi in generale. 8) Fisiopatologia ed eziologia. Lo sviluppo di numerose teorie sulle cause della s. procede in parallelo con la storia della malattia. Le prime teorie erano limitate dalla scarsa conoscenza sulla natura della malattia mentale e da inadeguati metodi di ricerca. Nonostante i progressi in nosografia psichiatrica, epidemiologia, genetica, c'è ancora disaccordo sul contributo relativo dei fattori genetici e ambientali nello sviluppo della s. Recenti studi, tuttavia, hanno messo in risalto l'importanza dell'interazione tra fattori genetici e non genetici nell'espressione della malattia. Esiste attualmente accordo tra molti ricercatori secondo cui, analogamente al cancro, la s. può essere meglio interpretata come una malattia da cause multiple. Gli individui possono presentare una predisposizione genetica, ma questa vulnerabilità non si manifesta se non intervengano altri fattori. Sebbene la maggior parte di questi fattori sia considerata ambientale — nel senso che non sono codificati nel DNA e potrebbero potenzialmente causare mutazioni o influenzare l'espressione genica — la maggior parte di essi è biologica (e non psicologica) e include fattori come i traumi alla nascita e/o la nutrizione. Gli attuali studi sulla neurobiologia della s. esaminano numerosi fattori, compresi la genetica, l'anatomia (attraverso tecniche di neroimmagine), i circuiti funzionali (attraverso tecniche di neuroimmagine funzionale), la neuropatologia, l'elettrofisiologia, le neurochimiche e lo sviluppo del sistema nervoso. 9) Trattamento clinico. Il trattamento clinico della s. si avvale innanzitutto dei farmaci antipsicotici, che sono stati la base del suo trattamento sin dall'introduzione della clorpromazina nel 1952. Di fatto, questi agenti sono probabilmente in gran parte responsabili della de-istituzionalizzazione avvenuta negli anni Cinquanta e Sessanta. Infatti, è per l'efficacia di questi farmaci che un gran numero di pazienti sono stati in grado di lasciare gli ospedali psichiatrici. Attualmente sono disponibili molti antipsicotici convenzionali, ciascuno diverso per potenza ed effetti collaterali, ma simili per modalità di azione e di efficacia. Il loro meccanismo di azione è la capacità di bloccare i recettori dopaminenergici D2 nel proencefalo limbico. Si ritiene che questo blocco dia inizio a una serie di eventi responsabili delle azioni terapeutiche acute e croniche. Perché questi farmaci svolgano la loro azione terapeutica sono necessarie alcune settimane. Gli antipsicotici bloccano anche il sistema motorio extrapiramidale con uguale affinità. Pertanto, i loro effetti terapeutici sono inseparabili dalla tendenza a indurre effetti collaterali extrapiramidali. Questi farmaci sono usati per controllare la psicosi e per fornire un trattamento a lungo termine, ma non sono curativi. Agiscono riducendo i sintomi positivi come le allucinazioni e i deliri e, gradualmente, diminuiscono il disturbo dei processi di pensiero del paziente. Il miglioramento è spesso rapido e l'efficacia dei farmaci generalmente persiste per anni o decenni. Recentemente sono stati introdotti numerosi antipsicotici atipici che rappresentano il più importante progresso nel trattamento della s. sin dalla introduzione della clorpromazina. La clozapina, il risperidone e l'olanzapina sono i primi di questa nuova generazione di farmaci ai quali si stanno aggiungendo altri antipsicotici atipici. Sembrano più efficaci degli antipsicotici convenzionali e hanno una minore probabilità di indurre effetti collaterali extrapiramidali. Nella terapia della s. gli interventi psicosociali svolgono un ruolo importante e dovrebbero essere integrati con la farmacoterapia. Come le terapie con antipsicotici, l'assistenza psicosociale dovrebbe essere modellata in base alle esigenze del paziente schizofrenico. L'adeguatezza dipende dall'individuo, dalla fase della malattia e dalla situazione di vita. I medici devono lavorare attivamente per assicurare che il paziente schizofrenico riceva un'assistenza adeguata. Negli ultimi vent'anni si sono avuti significativi cambiamenti nel modo in cui il trattamento della s. viene concepito. Se negli anni Sessanta e Settanta era posta una maggiore enfasi su ripetuti ricoveri ospedalieri per il trattamento farmacologico degli episodi psicotici, attualmente sono stati sviluppati nuovi modelli di trattamento psicosociale che mettono in rilievo l'istruzione pratica delle comuni difficoltà sociali psicologiche che si osservano nei pazienti schizofrenici. Nello stesso tempo, modelli più vecchi che coinvolgevano la terapia familiare sono diventati più rilevanti. Questi ultimi interventi sono particolarmente importanti perché hanno un impatto diretto sulla frequenza delle recidive. Ora, è chiaro che le combinazioni di trattamenti farmacologici e interventi psicosociali offrono vantaggi al di là dell'effetto dei singoli approcci. La maggior parte dei medici comprende l'importanza degli approcci terapeutici integrati. Per esempio, il buonsenso suggerisce che sebbene i farmaci non insegnino ai pazienti le abilità sociali, la gestione dei propri affari e la capacità di fare acquisti da soli possono facilitare l'apprendimento riducendo i sintomi psicotici. La terapia della s. si avvale anche della riabilitazione cognitiva, che ha l'obiettivo di correggere i processi di pensiero che si manifestano. Il lavoro con i pazienti schizofrenici viene focalizzato sul miglioramento delle abilità di elaborazione dell'informazione, come l'attenzione, la memoria, la vigilanza e le capacità concettuali. Occorrono, tuttavia, ulteriori studi per definire se il miglioramento in specifici compiti possa considerarsi valido anche per altre situazioni. Per riabilitazione sociale si intende l'insieme dei servizi volti a recuperare la capacità del paziente di funzionare nella comunità. Ciò può includere i trattamenti medici psicosociali descritti prima, ma anche modalità per migliorare le interazioni sociali, favorire la vita indipendente e incoraggiare la realizzazione delle attitudini. I pazienti sono incoraggiati a farsi coinvolgere nello sviluppo e nella realizzazione dei loro piani di riabilitazione, che hanno l'obiettivo di migliorare le loro attitudini e capacità. L'obiettivo della riabilitazione psicosociale è di integrare il paziente nella propria comunità, anziché, come avveniva in passato, segregarlo in strutture separate. Naturalmente, non tutti pazienti schizofrenici sono in grado di trarre vantaggio da residenze assistenziali. Le persone con maggiori livelli di compromissione possono aver bisogno di una supervisione continua in una casa protetta.
Fobie
Paura marcata e persistente, eccessiva o irragionevole di oggetti o situazioni, presenti o attesi. La persona riconosce che la paura è eccessiva o irragionevole. L'esposizione determina quasi costantemente una risposta ansiosa, che può prendere forma di un attacco di panico situazionale o sensibile alla situazione. L'individuo mette in atto condotte di evitamento nei confronti di oggetti o situazioni e/o li sopporta con marcato disagio e/o richiede la presenza di un'altra persona o di un oggetto per affrontare la situazione fobica. Le f. possono estendersi, limitando sempre più la libertà e l'autonomia dell'individuo. Nella f. specifica l'oggetto della f. consiste in oggetti o situazioni specifici e caratteristici. Si distingue in diversi tipi, a seconda della natura dell'oggetto fobico. Secondo il DSM-IV-R i tipi di f. specifica sono riferibili a: animali, ambiente naturale (ad es.: altezze, temporali, acqua), sangue-iniezioni-ferite, situazionale (ad es., aeroplani, ascensori, luoghi chiusi), altro tipo. La f. specifica è un disturbo comune nella popolazione generale, soprattutto nell'infanzia. La maggior parte delle persone con f. specifiche riesce a convivere con il proprio disturbo e infrequenti sono complicanze quali depressione o abuso di sostanze. Nella f. sociale la paura è relativa a una o più situazioni sociali o prestazioni in cui la persona venga esposta a persone non familiari o al possibile giudizio degli altri. In queste situazioni, l'individuo teme di agire (o di mostrare sintomi di ansia) in modo umiliante o imbarazzante. La f. sociale viene definita generalizzata se le paure sono riferite alla maggior parte delle situazioni sociali. Sono esempi di situazioni il parlare a persone autorevoli, partecipare a un ricevimento, avvicinare persone di sesso opposto. Sono esempi di prestazioni: telefonare in pubblico, mangiare o bere in locali pubblici, parlare in pubblico, a un convegno o sostenere un esame. Se non curata, tende ad assumere un decorso cronico e invalidante e si può complicare, in particolare, con abuso di sostanze e depressione. L'agorafobia, nella classificazione del DSM-IV-R, ha il significato di ansia relativa a luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile aiuto nel caso di un attacco di panico inaspettato o sensibile alla situazione, o di sintomi tipo panico. I timori agorafobici riguardano di norma situazioni caratteristiche, che includono l'essere in mezzo alla folla o in coda; l'essere su un ponte e il viaggiare in autobus, treno o automobile. Ne consegue disagio o evitamento, ansia di avere un attacco di panico o richiesta della presenza di un compagno. L'ansia e l'evitamento non sono meglio giustificati dalla presenza di f. specifica e sociale e da altri disturbi mentali. L'agorafobia può associarsi al disturbo di panico o, più raramente, essere presente indipendentemente da questo.





FAQs Domande frequenti
Chi è lo psicologo? E' un professionista che ha conseguito una laurea quinquennale in Psicologia. Dopo la laurea in Psicologia, ha effettuato un tirocinio di un anno, compiuto con la supervisione di un tutor-professionista iscritto all'Albo che vigila sulla formazione del neolaureato, lo accompagna e lo sostiene. L'ultima tappa è l'Esame di Stato che consente l'iscrizione all'Ordine degli Psicologi e quindi all'apposito Albo Professionale che abilita alla professione. Secondo la Legge 56 del 1989, la professione di Psicologo "comprende l'uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito". Lo psicologo opera sia nel settore privato (come libero professionista o esercitando in strutture private e/o convenzionate), che nel settore pubblico (ASL, servizi socio-sanitari dei Comuni, Province, Regioni ed altri Enti locali) e applica le sue conoscenze in molti ambiti: clinico, scolastico, familiare, lavorativo, della comunicazione, ecc. Molti tendono a confondere le figure degli psicologi con quelle degli psichiatri, che invece hanno una formazione molto diversa: mentre gli psicologi sono laureati in Psicologia, gli psichiatri lo sono in Medicina ed hanno una specializzazione in Psichiatria con una formazione di base prevalentemente "medico-farmacologica", e con tale affrontano il disagio.




Gli psicologi usano strumenti propri della professione di psicologo, e non possono prescrivere in alcun modo farmaci. Cosa che invece possono fare gli psichiatri.
Come interviene? L'assenza di una cultura psicologica in Italia ha contribuito alla diffusione di molti luoghi comuni che ancora aleggiano intorno all'immagine dello Psicologo, che da molti viene visto come il dottore dei matti, una persona buona che ti consiglia, ti ascolta senza dire nulla, ti conforta… una sorta di via di mezzo tra il medico, il chiromante, il confidente, l'interprete dei sogni, il dispensatore di soluzioni adatte ad ogni situazione ecc.. In realtà lo Psicologo è un professionista che lavora nel campo della salute con competenze e funzioni specifiche, e la sua professione è stata ben definita dalla Legge 56/89. Le competenze dello Psicologo riguardano varie aree del ciclo di vita degli individui e le sue attività vanno dalla consulenza, ai colloqui di sostegno, all'uso dei test, all'informazione, la formazione e gestione delle risorse umane, ai gruppi di sostegno, psicoeducativi, alla didattica, alla prevenzione e promozione della salute in ambito scolastico. Il suo lavoro consiste nel favorire un cambiamento a livello psichico e comportamentale, attraverso degli strumenti specifici, di cui i principali sono la relazione, la comunicazione, l'ascolto attivo e la parola. Lo Psicologo lavora insieme con il paziente/utente: la motivazione di quest'ultimo è, pertanto, presupposto imprescindibile. Lo psicologo empatizzando con i vissuti del paziente/utente, riconoscendoli ed analizzandoli per capirne le cause ed i motivi che ne sono all'origine, favorisce la maggiore consapevolezza dell'individuo, che deve essere sufficientemente motivato ad intraprendere un simile percorso di crescita professionale, così da favorire un cambiamento. La possibilità di condividere ed esplorare in profondità, con un professionista, i propri vissuti, le proprie ansie e debolezze e di capirle insieme, porta all'acquisizione di nuovi strumenti psichici e relazionali.

Cos'è un disturbo psicologico

Una problematica per poter essere definita "disturbo psicologico" deve comportare compromissioni nella vita della persona: forti difficolta' in ambito lavorativo, familiare, relazionale, o sociale in genere.

Una nota importante da sottolineare sui disturbi psicologici e' che non esiste una vera divisione tra mente e corpo, ovvero esistono disturbi di origine psicologica che portano a problematiche fisiche importanti, come e' vero anche il contrario.

Disturbi d'ansia: attacco di panico, fobie, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo acuto da stress, disturbo post-traumatico da stress, disturbo d'ansia generalizzata.

Disturbi del controllo degli impulsi: gioco d'azzardo patologico (GAP), disturbo esplosivo intermittente, cleptomania, piromania, tricotillomania.

Disturbi del sonno: insonnia, ipersonnia, narcolessia, disturbo del sonno correlato alla respirazione, disturbo del ritmo circadiano del sonno, disturbo da incubi, terrore nel sonno (Pavor Nocturnus), sonnambulismo, sindrome da gambe senza riposo, bruxismo, enuresi notturna.

Disturbi alimentari: anoressia, bulimia, obesità.

Disturbi dell'umore: depressione, disturbo maniaco depressivo, disturbo maniaco depressivo (bipolare).

Disturbi di personalita': paranoide, schizoide, schizotipico, borderline, istrionico, narcisistico, antisociale, evitante, dipendente, ossessivo compulsivo.

Disturbi nell'infanzia: ritardo mentale, disturbi dell'apprendimento (dislessia, discalculia), disturbi della comunicazione (espressione del linguaggio, fonazione, balbuzie), disturbi dello sviluppo (autismo), disturbo da deficit di attenzione e comportamento dirompente (deficit attenzione e iperattività, disturbo della condotta, disturbo oppositivo provocatorio), disturbi della nutrizione e dell'alimentazione (pica, disturbo di ruminazione), disturbi da tic (disturbo di Tourette), disturbi dell'evacuazione (enuresi, encopresi).

Disturbi psicotici: schizofrenia, disturbo delirante, disturbo schizofreniforme, disturbo schizoaffettivo, disturbo psicotico breve, disturbo psicotico condiviso.

Disturbi sessuali: desiderio sessuale ipoattivo, avversione sessuale, impotenza, frigidita', anorgasmia, eiaculazione e precoce, dispareunia, vaginismo, apotemnofilia, bestialismo, coprofilia, deviazione del pungitore, esibizionismo, feticismo, fobolagnia, frotteurismo, gerontofilia, ipossifilia, masochismo, necrofilia, pedofilia, sadismo, urolagnia, voyeurismo.

Disturbi somatoformi: disturbo da dismorfismo corporeo, ipocondria, disturbo algico, conversione, somatizzazione, pseudociesi.
Tossicodipendenza e droghe: stimolanti, oppiacei, cannabinoidi, alcool, inalanti, allucinogeni, anestetici dissociativi, psicofarmaci.
Perchè uno psicologo on line? Le persone fanno sempre più uso di strumenti tecnologici, i quali hanno cambiato i tempi, le modalità e le qualità della vita di tutti i giorni. In tal modo l'uso giornaliero di mezzi sempre più all'avanguardia come i computer, cellulari, internet, ecc. hanno fortemente cambiato le modalità, le spazialità e la temporalità comunicative e relazionali fra l'individuo e lo specialista in salute mentale.



In sintesi le nuove tecnologie hanno di fatto ampliato le possibilità interattive tra persone, anche lontane e diverse, restringendo dunque gli spazi e i tempi rispetto alle forme comunicative.



La consulenza psicologica on line, se realizzata in modo deontologico e professionale, può divenire una grande occasione per le persone che desiderano un consulto in tempi brevi, da casa a casa, e senza l'impatto interpersonale diretto con il consulente.



Un possibile strumento può essere internet; esso infatti è in grado di mettere immediatamente in contatto la persona sofferente con lo psicologo superando barriere spaziali, temporali, emotive, psicologiche, familiari, sociali e così via.



Dunque anche su internet vi può essere la possibilità di dialogo ed ascolto delle emozioni, la conoscenza e l'espressione dei pensieri e delle fantasie, e l'analisi dei desideri e dei conflitti alla base di un disturbo psicologico.



In tal modo vi è una prima importante messa a fuoco circa la propria situazione psicologica, con la tranquillità di poter usufruire di un servizio totalmente privato e garante della riservatezza.
Come può aiutarmi una persona che non mi conosce? Lo psicologo certo non è un indovino, né fa letture della corporeità seguendo le teorie che un tempo cercavano di collegare a tratti fisici personalità distinte. La regola generale, se di regola si vuole parlare, dice che lo psicologo può conoscere solo nella misura in cui la persona si rende disponibile e desidera farsi conoscere, raccontando esperienze di vita, proprie riflessioni, blocchi, vissuti, domande, aspettative. Ma perchè poi parlare con uno psicologo sarebbe più efficace che parlare con un amico? Il motivo è che si tratta di relazioni differenti: innanzitutto lo psicologo usa tecniche e modalità sviluppatesi attraverso i vari contributi storici portati da colleghi e ricercatori della “psiche”, che hanno cercato di affinare sempre di più la comprensione dell'essere umano e del suo funzionamento. Lo psicologo ha potuto apprendere queste teorie attraverso un lungo percorso di studi e ,generalmente, ha fatto egli stesso un percorso personale che lo ha portato in prima persona a conoscere e approfondire il suo stesso funzionamento. L'amico dalla sua rappresenta una delle relazioni più importanti e gratificanti che ci siano, e probabilmente tutti hanno sperimentato quanto sia preziosa ed insostituibile la famosa “parola giusta al momento giusto” detta da uno di loro. Purtroppo tutte le buone intenzioni a volte non sono sufficienti, e le problematiche che viviamo non si risolvono comunque.


A questo punto il consulto richiesto ad un professionista potrebbe far ampliare la visuale, sciogliere dei blocchi emotivi, diradare delle difficoltà relazionali, e in generale trovare un modo diverso di vedere e vivere le situazioni che stiamo attraversando. Inoltre rimane comunque egli stesso un essere umano, e con tale bagaglio esperienziale umano è presente alla situazione portata da chi richiede l'incontro. Rimanendo comunque un professionista, iscritto al proprio albo di categoria, e che ha studiato per essere preparato a quell'incontro.
Lo psicologo può prescrivere dei farmaci? No, non può prescrivere alcun tipo di farmaco. Competenza che spetta invece al medico psichiatra.























Il sito Firenze psicologo è un supporto per la consulenza psicologica e l'approfondimento per i principali disturbi psicologici quali: depressione, ansia, attacchi di panico, disturbi psicosomatici, disturbi alimentari, disturbi sessuali, disturbi di personalità, disturbi bipolari, schizofrenia, fobie. e sulla più diffusa tristezza e malinconia. Un modo per capire come la Psicologia possa aiutare l'individuo.























Psicologo a Firenze è consulenza psicologica anche per le tematiche riguardanti: disturbo ossessivo compulsivo, ansia e depressione, psicologi, disturbo del sonno e ansia da prestazione, psicosi, nevrosi, psichiatria, eiaculazione precoce, ossesioni, sintomi crisi di panico, psicoanalisi, problemi di coppia, problemi familiari, problemi individuali, impotenza, malinconia e tristezza.























Psicologo a Firenze come chiarimento per le più comuni domende che ci poniamo sulla professione dello psicologo, il modo in cui questo opera e si prende cura delle persone.



















Psicologo a Firenze come possibilità di consulenza gratuita on line. Per chiedere informazioni, consulenza, chiarimenti sul metodo di lavoro adottato.



















Lo studio privato di psicologo si trova a Firenze in Via dei Palchetti 6.



















Psicologo Firenze offre un primo consulto gratuito.

















Psicologo Firenze, Dr. Alessio Petrocchi Consulenza psicologica, sostegno psicologico, orientamento, formazione.

















 
 
Alessio Petrocchi - Psicologo Firenze - Cel. 327/1457840 - Lunedì - Venerdì dalle 09.00 alle 20.00




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Chi è lo psicologo?
E' un professionista che ha conseguito una laurea quinquennale in Psicologia. Dopo la laurea in Psicologia, ha effettuato un tirocinio di un anno, compiuto con la supervisione di un tutor-professionista iscritto all'Albo che vigila sulla formazione del neolaureato, lo accompagna e lo sostiene. L'ultima tappa è l'Esame di Stato che consente l'iscrizione all'Ordine degli Psicologi e quindi all'apposito Albo Professionale che abilita alla professione. Secondo la Legge 56 del 1989, la professione di Psicologo "comprende l'uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito". Lo psicologo opera sia nel settore privato (come libero professionista o esercitando in strutture private e/o convenzionate), che nel settore pubblico (ASL, servizi socio-sanitari dei Comuni, Province, Regioni ed altri Enti locali) e applica le sue conoscenze in molti ambiti: clinico, scolastico, familiare, lavorativo, della comunicazione, ecc. Molti tendono a confondere le figure degli psicologi con quelle degli psichiatri, che invece hanno una formazione molto diversa: mentre gli psicologi sono laureati in Psicologia, gli psichiatri lo sono in Medicina ed hanno una specializzazione in Psichiatria con una formazione di base prevalentemente "medico-farmacologica", e con tale affrontano il disagio.




Gli psicologi usano strumenti propri della professione di psicologo, e non possono prescrivere in alcun modo farmaci. Cosa che invece possono fare gli psichiatri.
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Come interviene?
L'assenza di una cultura psicologica in Italia ha contribuito alla diffusione di molti luoghi comuni che ancora aleggiano intorno all'immagine dello Psicologo, che da molti viene visto come il dottore dei matti, una persona buona che ti consiglia, ti ascolta senza dire nulla, ti conforta… una sorta di via di mezzo tra il medico, il chiromante, il confidente, l'interprete dei sogni, il dispensatore di soluzioni adatte ad ogni situazione ecc.. In realtà lo Psicologo è un professionista che lavora nel campo della salute con competenze e funzioni specifiche, e la sua professione è stata ben definita dalla Legge 56/89. Le competenze dello Psicologo riguardano varie aree del ciclo di vita degli individui e le sue attività vanno dalla consulenza, ai colloqui di sostegno, all'uso dei test, all'informazione, la formazione e gestione delle risorse umane, ai gruppi di sostegno, psicoeducativi, alla didattica, alla prevenzione e promozione della salute in ambito scolastico. Il suo lavoro consiste nel favorire un cambiamento a livello psichico e comportamentale, attraverso degli strumenti specifici, di cui i principali sono la relazione, la comunicazione, l'ascolto attivo e la parola. Lo Psicologo lavora insieme con il paziente/utente: la motivazione di quest'ultimo è, pertanto, presupposto imprescindibile. Lo psicologo empatizzando con i vissuti del paziente/utente, riconoscendoli ed analizzandoli per capirne le cause ed i motivi che ne sono all'origine, favorisce la maggiore consapevolezza dell'individuo, che deve essere sufficientemente motivato ad intraprendere un simile percorso di crescita professionale, così da favorire un cambiamento. La possibilità di condividere ed esplorare in profondità, con un professionista, i propri vissuti, le proprie ansie e debolezze e di capirle insieme, porta all'acquisizione di nuovi strumenti psichici e relazionali.

Cos'è un disturbo psicologico

Una problematica per poter essere definita "disturbo psicologico" deve comportare compromissioni nella vita della persona: forti difficolta' in ambito lavorativo, familiare, relazionale, o sociale in genere.

Una nota importante da sottolineare sui disturbi psicologici e' che non esiste una vera divisione tra mente e corpo, ovvero esistono disturbi di origine psicologica che portano a problematiche fisiche importanti, come e' vero anche il contrario.

Disturbi d'ansia: attacco di panico, fobie, disturbo ossessivo compulsivo, disturbo acuto da stress, disturbo post-traumatico da stress, disturbo d'ansia generalizzata.

Disturbi del controllo degli impulsi: gioco d'azzardo patologico (GAP), disturbo esplosivo intermittente, cleptomania, piromania, tricotillomania.

Disturbi del sonno: insonnia, ipersonnia, narcolessia, disturbo del sonno correlato alla respirazione, disturbo del ritmo circadiano del sonno, disturbo da incubi, terrore nel sonno (Pavor Nocturnus), sonnambulismo, sindrome da gambe senza riposo, bruxismo, enuresi notturna.

Disturbi alimentari: anoressia, bulimia, obesità.

Disturbi dell'umore: depressione, disturbo maniaco depressivo, disturbo maniaco depressivo (bipolare).

Disturbi di personalita': paranoide, schizoide, schizotipico, borderline, istrionico, narcisistico, antisociale, evitante, dipendente, ossessivo compulsivo.

Disturbi nell'infanzia: ritardo mentale, disturbi dell'apprendimento (dislessia, discalculia), disturbi della comunicazione (espressione del linguaggio, fonazione, balbuzie), disturbi dello sviluppo (autismo), disturbo da deficit di attenzione e comportamento dirompente (deficit attenzione e iperattività, disturbo della condotta, disturbo oppositivo provocatorio), disturbi della nutrizione e dell'alimentazione (pica, disturbo di ruminazione), disturbi da tic (disturbo di Tourette), disturbi dell'evacuazione (enuresi, encopresi).

Disturbi psicotici: schizofrenia, disturbo delirante, disturbo schizofreniforme, disturbo schizoaffettivo, disturbo psicotico breve, disturbo psicotico condiviso.

Disturbi sessuali: desiderio sessuale ipoattivo, avversione sessuale, impotenza, frigidita', anorgasmia, eiaculazione e precoce, dispareunia, vaginismo, apotemnofilia, bestialismo, coprofilia, deviazione del pungitore, esibizionismo, feticismo, fobolagnia, frotteurismo, gerontofilia, ipossifilia, masochismo, necrofilia, pedofilia, sadismo, urolagnia, voyeurismo.

Disturbi somatoformi: disturbo da dismorfismo corporeo, ipocondria, disturbo algico, conversione, somatizzazione, pseudociesi.
Tossicodipendenza e droghe: stimolanti, oppiacei, cannabinoidi, alcool, inalanti, allucinogeni, anestetici dissociativi, psicofarmaci.
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Perchè uno psicologo on line?
Le persone fanno sempre più uso di strumenti tecnologici, i quali hanno cambiato i tempi, le modalità e le qualità della vita di tutti i giorni. In tal modo l'uso giornaliero di mezzi sempre più all'avanguardia come i computer, cellulari, internet, ecc. hanno fortemente cambiato le modalità, le spazialità e la temporalità comunicative e relazionali fra l'individuo e lo specialista in salute mentale.



In sintesi le nuove tecnologie hanno di fatto ampliato le possibilità interattive tra persone, anche lontane e diverse, restringendo dunque gli spazi e i tempi rispetto alle forme comunicative.



La consulenza psicologica on line, se realizzata in modo deontologico e professionale, può divenire una grande occasione per le persone che desiderano un consulto in tempi brevi, da casa a casa, e senza l'impatto interpersonale diretto con il consulente.



Un possibile strumento può essere internet; esso infatti è in grado di mettere immediatamente in contatto la persona sofferente con lo psicologo superando barriere spaziali, temporali, emotive, psicologiche, familiari, sociali e così via.



Dunque anche su internet vi può essere la possibilità di dialogo ed ascolto delle emozioni, la conoscenza e l'espressione dei pensieri e delle fantasie, e l'analisi dei desideri e dei conflitti alla base di un disturbo psicologico.



In tal modo vi è una prima importante messa a fuoco circa la propria situazione psicologica, con la tranquillità di poter usufruire di un servizio totalmente privato e garante della riservatezza.
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Come può aiutarmi una persona che non mi conosce?
Lo psicologo certo non è un indovino, né fa letture della corporeità seguendo le teorie che un tempo cercavano di collegare a tratti fisici personalità distinte. La regola generale, se di regola si vuole parlare, dice che lo psicologo può conoscere solo nella misura in cui la persona si rende disponibile e desidera farsi conoscere, raccontando esperienze di vita, proprie riflessioni, blocchi, vissuti, domande, aspettative. Ma perchè poi parlare con uno psicologo sarebbe più efficace che parlare con un amico? Il motivo è che si tratta di relazioni differenti: innanzitutto lo psicologo usa tecniche e modalità sviluppatesi attraverso i vari contributi storici portati da colleghi e ricercatori della “psiche”, che hanno cercato di affinare sempre di più la comprensione dell'essere umano e del suo funzionamento. Lo psicologo ha potuto apprendere queste teorie attraverso un lungo percorso di studi e ,generalmente, ha fatto egli stesso un percorso personale che lo ha portato in prima persona a conoscere e approfondire il suo stesso funzionamento. L'amico dalla sua rappresenta una delle relazioni più importanti e gratificanti che ci siano, e probabilmente tutti hanno sperimentato quanto sia preziosa ed insostituibile la famosa “parola giusta al momento giusto” detta da uno di loro. Purtroppo tutte le buone intenzioni a volte non sono sufficienti, e le problematiche che viviamo non si risolvono comunque.


A questo punto il consulto richiesto ad un professionista potrebbe far ampliare la visuale, sciogliere dei blocchi emotivi, diradare delle difficoltà relazionali, e in generale trovare un modo diverso di vedere e vivere le situazioni che stiamo attraversando. Inoltre rimane comunque egli stesso un essere umano, e con tale bagaglio esperienziale umano è presente alla situazione portata da chi richiede l'incontro. Rimanendo comunque un professionista, iscritto al proprio albo di categoria, e che ha studiato per essere preparato a quell'incontro.
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Lo psicologo può prescrivere dei farmaci?
No, non può prescrivere alcun tipo di farmaco. Competenza che spetta invece al medico psichiatra.























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Psicologo a Firenze è consulenza psicologica anche per le tematiche riguardanti: disturbo ossessivo compulsivo, ansia e depressione, psicologi, disturbo del sonno e ansia da prestazione, psicosi, nevrosi, psichiatria, eiaculazione precoce, ossesioni, sintomi crisi di panico, psicoanalisi, problemi di coppia, problemi familiari, problemi individuali, impotenza, malinconia e tristezza.























Psicologo a Firenze come chiarimento per le più comuni domende che ci poniamo sulla professione dello psicologo, il modo in cui questo opera e si prende cura delle persone.



















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